Questa pausa estiva avrà fatto riposare quanti in questa rubrica trovano qualche spunto per uscire dal senso comune ma avrà anche reso contenti quelli che hanno sempre rifiutato l’inquietudine del pensiero pensante, quello che esonda dalla comfort zone, dalle certezze rassicuranti dei significati già dati , quelle in cui ci muoviamo un po’ tutti noi, per stabilizzare l’orizzonte di senso in cui il reale possa apparire come razionale .Tanto gli uni che gli altri , tanto gli amici quanto i nemici, tanto gli estimatori quanto i detrattori, guardano al reale come qualcosa di esterno al nostro pensiero , anche se per poterlo fare devono pensarlo. E’ impossibile porre il reale fuori dal pensiero che lo pensa, ma l’occidente tutto , che prima di un luogo geografico è un inconscio collettivo, un’antropologia culturale , non ne vede la contraddizione. Ancora ci pensiamo abitatori di un tempo e di uno spazio, come di due strutture ontologicamente separate. Einstein con la sua teoria della relatività ristretta, ha introdotto il concetto di spazio tempo come qualcosa di non separabile dal 1905. Circa 121 anni fa , capisco che la psiche sia lenta a sedimentare, che il cervello umano provenga dal paleolitico, restando un assemblaggio più artigianale che ingegneristico, capisco anche che l’ovvio si dia come scontato, ma questo non ne fa una verità indiscutibile né uno strumento di conoscenza rigoroso. Il dogma è un noematico , frutto di un ragionamento, non può mostrare alcun nesso necessario con la verità che presuppone, resta un’interpretazione .E’ questa la scacchiera su cui il senso comune fa le sue mosse , spostando i pezzi degli scacchi come qualcosa già privi di fondamento , storici, transeunti , hanno già rinunciato al rigore della fondatezza nel loro statuto concettuale. Se si rinuncia all’ontologico naufraga anche la logica , ma le scienze esatte hanno preferito parlare di incompiutezza, di indeterminatezza, di falsificabilità , pur di rinunciare al fondamento che le impegnava a giustificare quanto considerato” l’inosservabile” , che non è il nulla. La fede nel dato è diventata la struttura trascendentale della conoscenza. Questa umiltà delle scienze non è neutra ,questo gesto non è timidezza scientifica , è già scelta ontologica, un ente che manca di fondamento può anche essere manipolato, trasformato, decostruito e ricostruito. Il linguaggio ha aiutato a separare l’’ente dall’originario e pretende di deciderne il senso . Così l’ente è ciò che viene a significare nel linguaggio e non più ciò che è identico a sé stesso. Il linguaggio pensa l’essere come ciò che non coincide con sé stesso e che deve essere continuamente , quindi storicamente fondato. Già il dato kantiano è l’ente come ricevuto , privo di necessità propria , Heiddeger muove da lì , radicalizza questo passaggio e l’essere sarà pensato come evento, come accadere : Kant ha già spezzato il nesso tra l’essere e la necessità , e Heidegger trasformerà l’essere in tempo. Per Severino l’originario non è dato , non entra nel tempo, non diviene, il tentativo di oltrepassarlo è un atto di fede nel nichilismo. Separare l’essenza dall’esistenza non ha potuto che produrre una civiltà nichilista , ma quale civiltà può dirsi tale se manca di verità? Ci diciamo realisti , separiamo l’oggetto dal soggetto, noi dal mondo , pensiamo che il passato sia ciò che non esista più ,ma ogni cosa che appare implica formalmente la totalità dell’essere , l’apparire qui e ora non è qualcosa di separabile dal trascendentale, per la metafisica autentica non può esistere un passato vero, nemmeno fenomenologicamente. Il passato è parvenza necessaria , ciò che appare come se fosse stato, ma è oggi che appare come ieri. E’ parvenza inevitabile del finito che separa ( dalla totalità dell’essere ) ,interpreta , isolando la parte dal tutto. Eppure perché appaia la differenza devono apparire i differenti : la frattura è tra la certezza dell’essere e la pretesa di verità dell’interpretazione. Se ieri era ieri, e oggi non è più , il passato sarebbe un non essere, la contraddizione è già nei termini, senza neanche scomodare la logica. E’ anche vero che se ieri non fosse ieri , la distinzione temporale collassa ,annullando la differenza tra passato e presente , che pure appare. E’ l’apparire presente a poter designare ieri come ieri . Lo ieri è un contenuto della configurazione attuale , che l’interpretazione confina nel tempo . Ieri è cioè il nome di una struttura interpretativa del presente. La stessa memoria , a cui pensiamo come funzione biologica , è un contenuto dell’apparire dell’essere, interpretato come memoria . La parvenza che il passato non sia più , non è soltanto errore ontologico, è struttura inevitabile dell’interpretazione del finito. Ieri sono andato al mare : la certezza riguarda il dire che appare come passato, non riguarda l’essere di ciò che il dire isola come ieri. Certo è che l’apparire del ricordo non è in senso ontologico, il passato non è essere, ma una sua necessità del suo mostrarsi nel finito. L’apparire nella sua struttura impedisce all’essere di poter non essere, per cui il cambiamento che noi vediamo non è mutazione ontologica , non è l’ente che diventa altro, è l’apparire delle diverse configurazioni in cui l’essere mostra sé stesso. Quando scompare il sole a scomparire non è il sole ma il suo apparire , l’essere può contenere tanto l’apparire della presenza quanto quello dell’assenza , è talmente vero ,che il sole il giorno dopo è lì in tutta la sua potenza , a cui l’assenza non ha tolto nulla . Il luogo dove tutto questo si manifesta è la coscienza, chi nega il sole quando arriva l’imbrunire , nega la coscienza , il luogo dove appare l’eterno, la totalità. Apparire equivale ad attualità , nulla smette di apparire , negarlo è impossibile , possiamo farlo linguisticamente ma non ontologicamente. L’apparire non ha durata, è evento attuale del manifestarsi dell’essere . Se parlo di Napoleone , Napoleone appare hic et nunc ( qui e ora ) ,come significato sempre uguale a sé stesso, il resto è fede storica ,che per quanto si avvalga di un metodo rigoroso , non può vantare nessi necessari con la verità , resta giustapposizione, metodo, scelta , decisione , nulla di incontrovertibile. L’identità non è mai violata nell’apparire severiniano : ciò che appare non è solo il presente, compaiono passato, presente e futuro come determinazioni dell’essere , e appaiono ora. L’essere stato appare come compiuto, l’essere presente come l’oltrepassabile, l’essere futuro come configurazione non realizzata . Non sono tre tempi storici, ma tre modi in cui l’essere eterno appare. La diacronia non segue la cronologia, non è storica : pensare a Napoleone può essere più presente della giornata di ieri, un progetto lontano può apparire più prossimo di ciò che sensorialmente ho davanti agli occhi. Il finito isola dalla totalità dell’essere, il tempo lì appare come successione reale. Severino del tempo mostra l’impossibilità ontologica , salvandone però l’apparire: il tempo non è negato, è soltanto sottratto al nichilismo , il passato e il futuro non sono illusioni, ma modi reali dell’apparire dell’essere nel finito. Il tempo cessa di essere il luogo della perdita, e diventa il luogo in cui l’eterno si manifesta, senza mai venire meno a sé stesso. Il discorso dell’occidente si fonda sulla fede nel dato, ( quanto creduto questità), è un’operazione teoretica implicita, non un presupposto innocente, un gesto neutro, sottende il dato come ricevuto dalla singola coscienza, nel suo manifestarsi e non nella sua interpretazione , si finge un’impossibile presa umana della manifestazione originaria dell’ente in questione, e non dell’ente già posto nel divenire, sdradicato dal suo fondamento, reso storico, transeunte, simpliciter. La fede nel dato è la fede che precede ogni teoria, è la condizione silenziosa di tutto il nostro discorso sull’essere . Heidegger intuisce che la metafisica classica ha obliato l’essere, ma non riesce a liberarsi dal divenire , sarà proprio nel senso del nulla che collocherà l’unica verità possibile . L’ente non è l’essere per Heiddeger , restiamo possibilità . Sono gli anni della meccanica quantistica, dell’interpretazione di Copenaghen di Bohr e Heisenberg, noi non siamo nulla di concreto, siamo un’onda di probabilità. Le analogie strutturali col pensiero heidegeriano sono evidenti, non condividono soltanto lo stesso tempo storico. Per Severino ciò che appare nell’originario non diviene, non entra nel tempo, non è dato, semplicemente E’, e il tentativo di oltrepassarlo è un atto di fede nel nichilismo. Fuori dal nichilismo ciò che si chiama tempo è il comparire e lo scomparire degli eterni , l’essere nel tempo è una teoria metafisica affatto evidente, niente ci dice che ciò che scompare diviene nulla. Tra lo scomparire e il nulla non ci sono nessi necessari, c’è giustapposizione. Quando scompare qualcosa a scomparire è il suo apparire, non il suo essere, la morte è un sapere non un’esperienza , il nostro io con la morte non può più dire nulla : tutto il sapere dell’essere è il proprio apparire, tutto il resto è interpretato .E’ volontà. Chi è per la pietà, per la compassione, o per la solidarietà, crede che l’essere possa essere a seconda della volontà umana, non sa che sta prestando corpo a quella tecnica che signoreggia l’uomo , prodotta da un corto circuito in cui la volontà di potenza non riesce a liberarsi dalla dinamica innescata dallo stesso suo volere e finisce in una gabbia di cui non ha più le chiavi , che ci reifica , disintegrando la bontà della nostra spada, insieme a tutti i nostri buoni propositi. La hybris non sta nell’azione, ma nel significato che le attribuisce la nostra volontà , che è sempre volontà di dominio . Anche S. Francesco con la sua nobiltà d’animo ha tentato di dominare l’essere , ma l’ottenuto non è mai il voluto , l’essere non è dominabile, la volontà è un positivo significare del nulla. Il realismo è una filosofia ingenua , crede che l’essere possa essere fatto, manipolato, trasformato, non sa che la giustizia prima di essere una categoria morale e una categoria cognitiva : se non conosciamo la verità , rischiamo di essere devoti all’errore : l’etica senza verità è patetica .L’impegno morale nel realismo , finisce dritto dritto a sostegno di quel nichilismo che vorrebbe combattere. Ogni gesto che voglia cambiare il mondo, crede il mondo sia cambiabile, ogni cura per l’altro, ogni elogio morale, resta la forma sentimentale della volontà di potenza. Il nichilismo è l’inconscio di tutto il fare del pensiero occidentale, non si supera con nuove idee, le cui radici sono ben piantate in quella fede nel nulla di partenza. Amore e odio sono figli dell’impotenza che siamo, entrambi anelano alla potenza che vorremmo essere, ma che non siamo. La tecnica non teme la coscienza, la usa, qualsiasi sia il nostro atteggiamento, non farà altro che prestare corpo alla vera potenza del nostro tempo : la tecnica, l’orizzonte di senso assoluto che ingloberà persino il capitalismo, che le resiste ancora , perché la passione umana a suo supporto ancora regge il confronto. Cosa che non vale più per la democrazia, per il cristianesimo, per l’economia, per la politica ,per l’islamismo, per tutte quelle forze occidentali costrette a una guerra di retroguardia , che le vede tutte perdenti, rispetto al potenziamento del mezzo tecnico che avrebbe dovuto salvarle e che invece le svuota di senso , diventando il fine ultimo. In uno scenario di questo tipo, qual’ è il significato che regge la parola civiltà , se non quel nichilismo che è proprio ciò che quanto si dice civile dovrebbe combattere . Tanto più siamo civili quanto più siamo emancipati. Ma quando siamo veramente emancipati, quando inseguiamo il progresso tout court ,dettato dallo spirito del tempo, o quando a vincere è la vera intelligenza, quella che non ammette riduzioni di campo, quella del principio di non contraddizione, quella che ci dice com’è il mondo, non come vorremmo che fosse, quella che ci lascia vedere come il nostro fare sia filiazione di una logica sottesa che governa quanto considerato civile esclusivamente nell’ottica della produzione, quella che ha assolutizzato il mondo in una forma merci che ha inglobato perfino l’umanità. Il nichilismo è la fede che regge le sorti della civiltà occidentale, e noi neanche troviamo sconveniente questa proposizione, perché se si rinuncia al fondamento ontologico, nulla ha più valore, la stessa vita umana è qualcosa che viene e che torna al nulla , così messa quale fondamento assiologico potrebbe vantare. Il nichilismo parifica il bene il male, la guerra e la civiltà, l’umiltà e l’arroganza, rende accettabile che pochi ricchi facciano dei loro interessi leggi della realtà, che i bambini di Gaza valgono meno di quelli occidentali, che la destra e la sinistra votano insieme a favore del capitale, che il politically correct diventi civiltà avanzata, che la barbarie dell’austerity sulle fasce sociali già deboli diventi responsabilità sociale, che impegnare altri 140 miliardi per una guerra già persa sia solidarietà, che la Von der Leyen destini 800 miliardi al riarmo, sottraendoli alla scuola, alla sanità, alla ricerca, all’aumento dei salari. Che il generale Vannacci abbia un grande seguito con la sua politica omofoba, razzista e misogina. Che il governo più longevo della Repubblica italiana non abbia fatto una sola riforma strutturale delle tante promesse fatte, continuando a restare altissimo nei sondaggi. Che da 50 anni il mondo deve comprare dollari per poter comprare petrolio , che i trattati di non proliferazione ( per l’atomica ) ,non interessano nessuno se chi vuole firmarli poi compra petrolio fuori dal dollaro, che l’ America può spegnere i soldi dei paesi che vuole lasciar morire di fame. Si potrebbe continuare all’infinito, le implicazioni del nichilismo hanno portato a una civiltà incivile , a una non civiltà, che l’occidente continua a considerare l’unico modello valido da esportare nel resto del mondo, non a caso non sentiamo più parlare di scontri di civiltà , c’è accettazione del modello unico , globale ,planetario , le cui cifre sono abuso, consumo, sfruttamento. Da dove viene allora il nostro disagio, quel sentire di vivere in un mondo che non ci corrisponde più : Pensare, volere, parlare, sono i modi in cui l’essere si rivela nel suo apparire, certo non è un apparire a noi, l’essere appare a sé stesso, noi stessi appariamo, ma per quella porzione di coscienza universale che ci appartiene, sentiamo di non essere solo quei mendicanti che il re vorrebbe farci credere . Il nichilismo nega l’essere, ma lo scandalo è che l’essere è proprio ciò a cui deve appoggiarsi per potersi porre. Se il nichilismo non presupponesse l’essere , non potrebbe neanche affermare sé stesso. Il fare etico è la forma sentimentale della volontà di dominio, l’amore non è atto umano, è il modo in cui l’essere stesso appare come comunione : nessun amore autentico ci può essere senza il riconoscimento della forma originaria dell’essere. La correttezza non è una posa morale, né buona educazione, può sussistere solo quando si addiviene a una consapevolezza dell’essere , che esclude strutturalmente il voler essere, che anche quando si maschera da rigore, autorevolezza, missione filosofica, ha sempre come presupposto inconscio ,la paura di non essere, o di non essere abbastanza. Quando questa domina il pensiero non cerca più la verità, ma una conferma identitaria, autoaffermazione, non si argomenta più per capire, ma per occupare la scena .L’apparire va abitato, non governato , è questa l’impotenza di ogni potenza, non un gioco di parole .Quando tramonta l’isolamento non tramonta l’essere , tramonta la fede nella fine dell’essere. La morte è l’unico giorno senza tramonto. Fuori dal nichilismo, da quanto si dice civile, la domanda non è cosa resta di me ,ma chi è quel me che si crede mortale? Oltrepassare la morte non significa sopravvivere, significa oltrepassare il luogo in cui la morte sembrava ESSERE , sembrava VERITA’. L’inaudito non è l’impossibile , è solo il non conosciuto. Il pensiero vero non ha bisogno del nostro consenso, non appartiene a nessun IO , non è neanche di Emanuele Severino che lo testimonia , è del pensiero stesso : il luogo dove l’essere si manifesta, in tutta la sua eterna verità.
IL FIUME QUANDO ENTRA NELL’OCEANO , NON SCOMPARE NELL’OCEANO , DIVENTA OCEANO. ( Khalil Gibran ).
Emanuele Severino sul Corriere della Sera del 28 novembre 1979 ,scriveva: Le voci della società civile credono ancora che la violenza sia un corpo estraneo alla civiltà, e che quindi la civiltà la possa rifiutare senza mettere in questione sé stessa. Credono che la condanna alla violenza sia sostenuta da ragioni. Ma quelle voci dimenticano che la civiltà è del tutto priva di “ ragioni “ contro la violenza, l’unico senso del suo” aver ragione “ contro la violenza , non può essere altro che la forza di arrestarla e distruggerla. La civiltà ha” ragione” contro la violenza, solo se riesce ad essere una forza più potente, tanto da eliminarla come errore. E’ questa la verità, la capacità di prevalere , su ciò che non riesce ad affermarsi . Il resto sono inutili piagnistei. La civiltà si dice figlia dell’inesistenza della verità incontrovertibile, è quanto crea dissonanza con la sua condanna alla violenza . Se la verità è un mito a condannare l’errore non può esserci nulla di fondato. Quelle voci non avvertono che la distruzione della ragione è figlia legittima dell’esaltazione della ragione, che la morte della filosofia è figlia legittima della filosofia, che la morte di Dio è figlia legittima del cristianesimo. Sull’astrattezza della filosofia si è edificata tutta la concretezza del mondo.
ANNA FERRARO

CIVILTA’ E NICHILISMO : SINONIMI O CONTRARI ?
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COMINCIA L’ASSALTO ALLA DILIGENZA.
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FRATELLI D’ITALIA A TEANO: TRA DIVISIONI INTERNE E RICERCA DI UNA NUOVA IDENTITÀ POLITICA 
