Non è un dogma, per fortuna, ma una contraddizione in termini mi pare proprio che esista in questo definiamolo “motto”.
Sì, perché la legge, per sua definizione, è una regola scritta e obbligatoria che impone comportamenti o stabilisce divieti per ogni cittadino, generata da visioni e finalità oggettive; la “interpretazione” di essa è invece generata da visioni assolutamente “soggettive” che mettono in discussione ogni garanzia sia per l’esecutore che per la vittima di un reato.
E il caso del Gip di Torino, Giudice Anna Mascolo, che ha disposto l’obbligo di firma invece del carcere per un uomo accusato di violenza sessuale su una minorenne e molestie su un’altra donna effettuate poco prima, ha suscitato una forte polemica a livello nazionale, conclusasi giorni fa con l’annullamento di quel disposto.
La motivazione della sentenza del Gip, che non ha convalidato la custodia in carcere ma la misura più lieve dell’obbligo giornaliero di presentazione alla polizia, è stata quella che il reo le sia parso fortemente “pentito” di quanto aveva fatto.
Da questa motivazione mi sorge il dubbio che la Dr.ssa Mascolo non abbia ben chiaro il concetto di “pentimento” e, ma solo così, giusto per parlarne, mi faccio aiutare dal grande Alessandro Manzoni.
Nel suo immortale romanzo, “I Promessi Sposi”, campeggia la figura di Fra Cristoforo, uomo di fede profonda, non infusa, ma nata da un incidente di gioventù: il suo vero nome era Ludovico, figlio di un ricco mercante che soffriva per non appartenere alla nobiltà. Ludovico cresce tra gli agi, pur se dalla parte dei deboli e con un forte spirito di rivalsa contro i nobili arroganti: con uno di questi ultimi ha la sventura di scontrarsi in una strettoia e ne nasce una discussione perché il nobile pretende di passare per primo: si finisce all’uso delle spade e nello scontro muore il suo fedele servitore, Cristoforo, e Ludovico, per vendicarlo, uccide il rivale.
Sconvolto si rifugia in un convento di Cappuccini; decide di cambiar vita, fa donazione di tutti i suoi beni al servo ucciso e prende i voti con il nome di Cristoforo in sua memoria. Non placato d’animo chiede ed ottiene il perdono del fratello dell’ucciso in un commovente incontro; questi, commosso, gli offre dei doni, ma fra Cristoforo accetta solo un pezzo di pane, il “pane del perdono” che conserverà per tutta la vita.
Pentimento vero, sentito, nato non per timore ma per rimorso, dolore inestinguibile per aver causato la morte di due persone, e la sua richiesta del “perdono” da parte del fratello della vittima ingigantisce queste qualità. E a suggello sia del pentimento che della sua accettazione, “il pane del perdono”.
A proposito di perdono non possiamo non citare l’altro importante episodio quando Renzo, recatosi al Lazzaretto in cerca di Lucia, scampata alla peste, incontra fra Cristoforo ed ha dure parole contro Don Rodrigo, che gli ha rovinato tutta la vita; ma fra Cristoforo lo rimprovera aspramente, ricordandogli che non spetta a lui giudicare e che la vendetta offende Dio. Renzo di allora si pente di quel che ha detto ed esclama: “io gli perdono”. Solo allora fra Cristoforo lo conduce di fronte a Don Rodrigo, moribondo ed in stato di incoscienza per la peste, e quando Renzo ripete “io gli perdono” gli afferra fortemente il braccio ed esclama a voce alta: “Renzo, tu devi perdonarlo in modo da non dover più dire -io ti perdono– “!
Ora voi pensate che ci siano delle affinità tra il pentimento dell’uomo accusato di violenza sessuale a Torino e quello di Ludovico divenuto Fra Cristoforo a Milano? E vi risulta, soprattutto, che ci sia stato un “perdono” verso il signore di Torino da parte della Signora o della tredicenne molestata, magari anche diverso da quello suggerito a Renzo da Fra Cristoforo?
E allora permetteteci almeno di “interpetrare le interpretazioni”.
E così sia.
Claudio Gliottone

LA LEGGE SI…INTERPETRA
LA LEGGE SI…INTERPETRA
LO GIURO!
MARCIA DELLA PACE A TEANO.
COL TAGLIO DEI TIGLI… 
