Incontriamo il mondo in un paradigma culturale, quell’orizzonte di senso che crediamo attribuirgli è già dato. Cos’è il pensiero pensato se non la scacchiera dei significati su cui l’intero Occidente si muove credendo di gettare i dadi in una partita già giocata da altri, in nome e per conto nostro. Il gioco della vita pone dei fini da raggiungere, ma questo è possibile perché ogni essente non è visto come già compiuto, ma come progetto da realizzare. Il linguaggio è anch’esso filiazione nichilistica, siamo convinti che sia la parola a fondare l’essere , ma definire è proprio separare, isolare la parte da quel tutto a cui è relata di necessità. E’ compiere una steresi tra logico e ontologico : ma se qualcosa prima non è ,come fa a essere logica. L’ente per essere detto deve essere posto, ma per essere posto è anche vero che deve essere detto. Così il fondamento resta petizione di principio. Severino invita ad attenzionare ciò che appare di per sé , il vero PDNC ( principio di non contraddizione ), l’essere così come si mostra da sé, prima di qualunque metodo, prima di ogni interpretazione , come contenuto stesso di ciò che è. L’APPARIRE severiniano risolve la frattura tra il logico ( come pensato, come dianoetico) e l’ontologico ( l’essere che si dà prima di ogni semantizzazione possibile ). Unica conciliazione possibile tra dimostrazione e verità, tra sistema e mondo. Godel ,coi suoi teoremi d’incompletezza , non vede che il sistema è completo non quando include tutto ma quando include sé stesso come APPARIRE. Quella verità che dice non contenere è già pensata da lui, presupposta, consaputa ,quindi in qualche modo già APPARSA alla sua coscienza. Godel non coglie la portata ontologica della sua intuizione : l’incompletezza non è un difetto , come pure il limite o il dubbio, sono manifestazioni, forme di una struttura in cui l’APPARIRE si dà come apertura infinita , in sé coerente, per cui non esiste un fuori dal sistema. Ciò che Godel considera fuori è già apparso come limite di calcolo, come asintoticità della struttura dell’essere, così come si dà nel finito. Nulla può essere senza APPARIRE, ciò che non APPARE non è da collocare in un oltre metafisico, NON E’ , sic et simpliciter. I leoni da tastiera in questi giorni hanno tirato fuori il meglio di una società mediocre, moralista, non adeguata alla complessità imposta dal tempo a noi coevo. Le fazioni ideologiche col tifo da stadio non sono mancate, poco importa se al centro dell’arena il vero contenzioso era il valore della vita umana . Anche su quello siamo capaci di dividerci, anche la stessa dignità umana non è più metro di tutte le cose. Le ideologie producono eccedenza valoriale, ma da qui a offendere la vera intelligenza il passo non è così breve, bisogna impegnarsi a spegnere il riverbero della propria coscienza. La coscienza è l’io che vede sé stesso, evitarla è come non aver mai vissuto veramente. Eppure c’è chi ha visto in Roggero ( l’orefice giustiziere) legittima difesa, e chi ne legge l’aberrazione per aver cancellato in un solo atto scellerato decenni di civiltà giuridica, facendoci ripiombare nella legge della giungla, che è pur sempre una pulsione atavica dell’uomo. Ma emancipazione non è proprio l’allontanamento dal nostro primordiale ? Non è proprio il prendere le distanze da quanto privo di cultura e di civilizzazione avanzata? Possiamo dire lo stesso per il caso del Pilastro a Bologna : le forze dell’ordine hanno agito in maniera adeguata, o sono andate oltre quanto previsto da un fermo di polizia di un uomo inerme, soffocato da chi rappresentava quello Stato che è proprio ciò che avrebbe dovuto difendere Fakir , in preda a una crisi psicotica che non avrebbe dovuto essere trattata con la violenza istituzionalizzata, oltretutto avvenuta sotto gli occhi di sanitari che avrebbero dovuto avere le competenze specifiche per affrontare quel tipo di difficoltà. Se non esiste una verità assoluta, così come va dicendo lo spirito del nostro tempo storico, come facciamo a tenere fermo ciò che è giusto e ciò che non lo è? Se Heidegger ha ragione e noi siamo un progetto gettato, cos’è l’onestà intellettuale, se non il tentativo di coincidere con noi stessi, se non il “ non mancarci “? La logica formale, la ragione sono le nostre certezze assolute, il senso comune non le vede come fede , ma come verità indiscutibili. Eppure è facile mostrarne la non incontrovertibilità, il loro essere regole, assiomi, postulati, dogmi, convenzioni. Nulla che possa vantare un fondamento inamovibile, stabile, che non si lascia scuotere da alcunchè. Ogni fede è sempre malafede : io credo perché non so, se sapessi non crederei ( ma saprei appunto ).Credere è volontà non verità ( lo abbiamo detto tante volte) e la vera intelligenza non può ammettere riduzioni di campo. Staccando il fenomenologico dal logico siamo nell’interpretazione , nella fede nel dato. Questo ha lasciato che la filosofia diventasse semplice chiacchiera colta, e lasciasse il posto a un’analitica moderna , che come ogni scienza si avvale del metodo ipotetico deduttivo, separando per sempre l’ontologia dall’assiologia , anche se il primo scientista ante litteram della filosofia resta Kant. Senza giudizio ontologico la filosofia si compie, quando Kant ha separato il fenomeno dal noumeno , non ne ha avuto contezza , non ha intuito che per nominare il noumeno ( la cosa in sé ) in qualche modo era già presente alla sua coscienza. Se la natura umana non vale più nulla, così come sembra dire la modernità, tutto è prodotto storicamente, ogni cosa resta priva di fondamento originario. I relativisti, che poi sono senso comune, non si avvedono che dire che tutto è relativo è già un’affermazione epistemica, vorrebbero vantare una verità assoluta mentre la negano nel loro stesso dire. Lo crediamo strumento gnoseologico, ma è solo scetticismo ingenuo , che non riesce neppure a stare nella coerenza del suo significato comune. La nostra stessa volontà è in realtà fede nel non essere : noi vogliamo ciò che non abbiamo , ciò che ancora non è , siamo nella massima coerentizzazione del nichilismo. Ogni volontà postula un oltre come compiutezza da raggiungere, è dunque il tentativo di uscire dal finito, dall’essere , è questo a farne l’impotenza di ogni potenza. La volontà crede di poter oltrepassare il suo vero limite , che è il PDNC ( principio di non contraddizione ) , ma non può . Il limite di ogni volontà è proprio il mostrarsi di ciò che è , su ciò che vorremmo che fosse. L’ottenuto non è mai il voluto. Questo è il senso vero del dolore. La cultura contemporanea afferma che nessun idea possiede una verità definitiva, che ogni convinzione è storica, rivedibile, falsificabile, chi uccide lo fa in nome di un pensiero che nega l’esistenza di ogni certezza assoluta. L’idea dice : ogni verità è relativa ; l’omicida dice : questa verità che difendo è così assoluta che per essa devi morire. La seconda proposizione distrugge la prima. La volontà di chi uccide vuole l’annientamento dell’essere , ma non riesce neppure a mantenere coerente il motivo per cui pretende di volerlo. L’omicidio e il comandamento di non uccidere, condividono la persuasione che l’uomo incominci e smetta di esistere. L’omicidio e la morale che lo condanna, restano inscritti entrambi nella medesima fede, che crede nell’annientamento dell’essere. L’omicida mentre pretende di annientare l’essere, attribuisce certezza assoluta a un’idea che appartiene a una cultura fondata sulla negazione di ogni certezza assoluta . Se diamo la morte come certezza dell’annientamento dell’essere , il nichilismo ne è la conseguenza imprescindibile, allora anche l’azione più orrenda e malvagia diventa innocente . Col nichilismo siamo all’interno della forma originaria della violenza: pensare l’essere come nulla è il sotteso di qualsiasi prepotenza, brutalità, aggressività. Se la vita è pensata come annientabile, l’omicida non la viola ontologicamente, perché l’annientamento rispecchia la sua stessa natura, la sua stessa essenza. Questo al di là della morale, che ci dice come dovrebbe essere e non com’è l’ ESSERE, rende tutto accettabile. L’omicida intacca solo la durata della vita , non il suo fondamento ontologico. Se le cose sono pensate come prodotte e destinate al nulla, la violenza non viola alcun limite ontologico. Quanto più il nichilismo diventa coerente con la propria essenza, tanto più ogni azione appare innocente : scompare il fondamento della sua condanna. Chi uccide, lo fa nella piena contraddizione di sussumere un valore assoluto, in un’epoca in cui il nichilismo ha dissolto ogni forma di assolutismo. Più è imperante il nichilismo , più appare legittima la violenza, perché coerente con la posizione di chi uccide. Dato un nulla di partenza e un nulla come orizzonte di senso ( in cui è inscritta la stessa fede cristiana, la cui escatologia salvifica viene dopo la nostra morte, quindi dopo il nostro annientamento), tutto è innocente . Nello sguardo del Destino severiniano invece , ogni volontà è violenza, anche la più nobile ,persino l’amore, la stessa morale restano volontà di potenza , perché entrambe vogliono che l’essere sia altro da sé stesso. Lo so, nulla è scontato in questo discorso, ma il senso comune è un dogma, non è abbastanza per spiegarci le storture di un reale che si mostra distopico, che lascia vedere la deriva dei comportamenti umani senza scorgerne il senso originario , che non può stare nelle logica formale , perché anch’essa non è principio, è già contenuto dell’ESSERE, delle vera struttura originaria. Questo discorso è già collocato oltre la morale nichilista, per Severino il PDNC a differenza di quello aristotelico, è logico ma perché ontologico. Se il significato convenzionale di innocenza, perde la sua parte teoretica, siamo nella superstizione dei significati, non nella loro vera identità, e cos’è più violento che negare la verità a qualsiasi cosa , dalla più umile a quella più alta. E’ questa l’essenza del vero nichilismo, ancora prima della perdita dei valori , così come lo interpreta Nietzsche . I valori nell’ontologia severiniana sono già volontà, quindi già nichilismo, anche se nella sua versione sentimentale. Se l’essente è ritenuto annientabile, non ci sono più limiti veramente inviolabili, l’ontologico resta pur sempre il nostro inconscio, quello che Freud crede di aver colonizzato con l’io egoico, ma la stessa non riducibilità dell’io ne fa un’essenza altra , quindi mai veramente raggiungibile ,la presa resta asintotica. Oggi chi uccide è innocente più di ieri perché nella contraddizione dell’uccidere si contraddice TOTALMENTE. Questo tipo di approccio filosofico non vuole alleggerire l’orrore dell’omicidio, vuole solo indicare il carattere farsesco dell’assolutizzazione di un’idea della morte, in un tempo storico che ha dissolto ogni assoluto. La tragedia del nichilismo giunta alla propria coerenza , mostra anche il suo essere commedia . Le implicazioni del nichilismo, si mostrano in tutta la loro coerenza drammatica ,in un reale che non offre gli strumenti per codificarne i significati veri, la stessa filosofia se sceglie di essere analitica pur di apparire moderna, smette di essere verità, diventa come la pezzetta per pulire gli occhiali , vedi meglio, ma solo ciò che è nei limiti del tuo sguardo sul mondo, che non coincide con i suoi veri confini . L’intelligenza vera è incarnazione della verità , facciamo vincere il pensiero sulla barbarie degli slogan . Lo scandalo del nichilismo sta proprio nel volersi porre negando ciò senza di cui non potrebbe porsi : L’ESSERE come necessità e non come possibilità, nonostante la tematizzazione della seconda appartenga ad Aristotele. Neanche il maestro di coloro che sanno può fare da argine alla vera intelligenza , quella che vale sempre, a differenza delle opinioni, o peggio della furbizia, che è un riparo di cartone, regge finchè non piove. Facciamo attenzione a non osannare i crocefissi di legno, dimenticando quelli in carne e ossa, a non scordare i sacrifici degli uomini per ricordarne uno solo, a non legittimare chi toglie la vita come fosse un gesto innocente, non lo è mai neanche quando chi ne viene privato sembra non meritarsela. Matteo ( capitolo 25, versetto 40 )” quando lo avete fatto all’ultimo dei miei fratelli lo avete fatto a me “. Non c’è filosofia senza teologia, e non c’è religione alcuna senza sistema filosofico.
Lo Stato di diritto è lento, imperfetto, talvolta irritante, ma se lasciamo passare che ciascuno scriva il proprio codice penale, misuri la propria esasperazione e decida di impugnare la propria Magnum , o di poter arrivare a soffocare uno psicotico perché protetti da una divisa, quindi dallo Stato, allora non stiamo facendo vincere un’ideologia su un’altra,una partigianeria su un’altra, ma la barbarie sulla civiltà.
ANNA FERRARO

LA MODERNITA’ FILOSOFICA E’ UN TRAUMA TEORETICO
LA MODERNITA’ FILOSOFICA E’ UN TRAUMA TEORETICO
Fontanelle di Teano, il 16 agosto torna la Sagra della Pizzonta.
AL PEGGIO NON C’È MAI FINE! APPUNTO……. 
