Sono trascorsi 114 giorni dal 27 ottobre, anniversario dei festeggiamenti garibaldini. La ghirlanda deposta ai piedi del monumento — un tempo di un verde vivo e vibrante — giace ormai secca e spettrale su due sostegni striminziti, triste presagio del tempo che logora. Accanto, due pennoni sorreggono bandiere sbiadite e consunte: quella del Tricolore e quella dell’Unione Europea. Esse trasudano disinteresse e abbandono, incarnando l’esatto opposto di quella cura per la “cosa pubblica” tanto declamata dagli amministratori, sempre pronti a vantare un amore per la nostra cittadina che i fatti smentiscono.
Almeno cento giorni — concedendone benevolmente quattordici di “abbuono” — sono passati senza che nessuno rivolgesse uno sguardo a Piazza Unità d’Italia. Un tempo, tale incuria sarebbe stata impensabile. Oggi, invece, i nostri amministratori sembrano vivere la città solo virtualmente, limitandosi a celebrare i propri risultati sui social anziché camminare per le strade, ascoltare i cittadini o affrontare nodi critici come il caro-bollette e la scadente qualità dei servizi. La partecipazione dovrebbe essere sinonimia di crescita, non di sacrificio. Invece, asserragliati sui propri scranni, attendono una riconferma del proprio effimero potere. E dopo centoquattordici giorni, tra i coriandoli di un carnevale appena trascorso in sordina, pur volendoci ostinatamente afferrare alle tradizionali “maglie della salute” o al “foglio di giornale” di ciclistica memoria per ripararci dal freddo dell’indifferenza, quelle bandiere logore e quella corona d’alloro ormai morta restano lì a dimostrare quanto, in realtà, non amiamo affatto la nostra città. Cosa direbbe oggi il Generale Garibaldi? Probabilmente e provocatoriamente: “ Maestà…è meglio andare altrove!”
Carlo Cosma Barra


LA RETORICA DELL’AMORE PER LA CITTÀ E LA REALTÀ DELL’ABBANDONO.
LA RETORICA DELL’AMORE PER LA CITTÀ E LA REALTÀ DELL’ABBANDONO.
E SE TROVASSIMO UN PUNTO D’INCONTRO? 
