E’ nostra ferma convinzione proseguire con “l’opera” di suggerimenti/segnalazioni, come si suol dire “a grattisse”, verso la nostra cara ed amata Amministrazione che, presa in faccende affaccendate, non trova il tempo di rendere qualche benché minimo servizio di pubblica utilità alla cittadinanza tutta. E se lo fà non ce ne stiamo accorgendo per nostra disattenzione o perché mal pubblicizzato a quello stesso popolo che sempre più silente, da un lato si lamenta del declino e nel contempo “nulla fà”, in attesa che qualche “panariello” scenda dall’alto.
Ci sarebbe piaciuto ricevere un qualche cenno di risposta alle nostre precedenti sollecitazioni. Magari un messaggio privato del tipo “non continuare a rompere i c…..i”, inviato anche con pizzino o tramite latore comunale di fiducia, ma evidentemente non siamo ritenuti degni di alcuna considerazione al punto da farci tornare in mente quelle nebulose reminiscenze scolastiche del buon Dante che, rivolgendosi a Virgilio nell’Antinferno, dice: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» – Divina Commedia – Inferno, Canto III (v. 51).
Dunque, prim’ancora di “tendere ulteriormente la mano”, riteniamo opportuno far soffermare l’attenzione dello sparuto gruppo di lettori che ancora ci invitano a scrivere, su quella frase storica che l’Albertone nazionale recitò nel film Il Marchese del Grillo: “Ah mi dispiace, ma io sò io e voi non siete un cazzo” – Ci perdoneranno i “palati delicati”.
Ci siamo avvalsi della collaborazione dell’AI per trovare l’origine di quella battuta, ed abbiamo scoperto che fu ispirata al sonetto romano Li soprani der monno vecchio di Giuseppe Gioacchino Belli (poeta italiano, Roma 1791-1863) che “lo scrisse durante lo Stato Pontificio, sotto papa Gregorio XVI, per satirizzare l’arroganza del potere assoluto dell’’Ancien Régime (“Antico Regime”) – sistema politico, sociale ed economico prevalente in Francia e in Europa tra il XVI e la fine del XVIII secolo, terminato con la Rivoluzione francese – simboleggiato da un re che emana un editto dispotico affermando la sua superiorità sul popolo, ridotto a sudditi nulli e obbedienti. Riflette la Roma papale del XIX secolo, con contrasti tra nobiltà prepotente e plebe sottomessa, in un contesto di stagnazione sociale e assolutismo” (fonte AI).
Quel verso ricco di significato, appare nell’editto del re “Li soprani der monno vecchio”
C’era una vorta un Re, cche ddar palazzo
Mannò ffòra a li popoli st’editto:
“Io so’ io, e vvoi nun zéte un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.
Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
Pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo,
Ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
Chi abbita a sto monno senza er titolo
O dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
Quello nun pò avé mmai vosce in capitolo.„
Co’ st’editto annò er Boja pe’ ccuriero,
Interroganno tutti in zur tenore;
E arisposeno tutti: È vvero, è vvero.
I curiosi, potranno trovare qualche dettaglio in più sul sonetto al seguente link Belli, Gioacchini Giuseppe – Li soprani der monno vecchio – Sonetti
Luciano Passariello


LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO – 21 GENNAIO 1832
LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO – 21 GENNAIO 1832
PARTITI ASSENTI E POSIZIONI INCERTE: A TEANO IL REFERENDUM RESTA UN MISTERO. 
