Penelope, moglie di Ulisse, figura chiave dell’Odissea di Omero, rappresenta un paradigma poliedrico della condizione femminile. Spazia dalla fedeltà di moglie e madre alla scaltrezza intellettuale, quella ancora oggi generalmente malvista da una società abituata a una visione binaria , per cui una donna associata all’idea di brava custode della casa fatica a mostrare credibilità negli ambiti in cui il senso comune colloca le attività inerenti al pensiero. Sembra essere poco conciliabile il saper fare un buon ragù ,con l’uso dell’ intelligenza volto a un atteggiamento” velleitario” , che osa interrogarsi sui massimi sistemi, quelli concessi solo agli esperti di settore. Eppure pensare è proprio ciò che più di tutto ci umanizza, al di là delle conoscenze da cui partiamo, e a cui possiamo arrivare. Umberto Galimberti ,uno dei più bravi divulgatori di filosofia, ma anche stimato psicologo, dice che i modelli complessi sono quelli meno accettati dalla sua categoria , ma non quella professionale, ma da quella di genere ;sembra che in quella fascia l’intelletto preferisca farsi scudo dell’intelligenza binaria che consente loro di abbassare la soglia dell’inquietudine prodotta dall’imprevedibile, dall’elemento che fa scarto e non maggioranza. La donna è pur sempre il corpo del Due , è relazione, l’uomo rappresenta l’Uno, la relazione non è una sua prerogativa naturale, deve impararla. Penelope mostra che l’ identità sociale non pregiudica l’avvedutezza , non spegne quella forza che ci ustiona, quella forza generatrice che dilata gli orizzonti, la cui rinuncia produce più dolore di qualsiasi fallimento. Si salverà da epiloghi a lei sgraditi : non perché sconvenienti , ma perché semplicemente non voluti da lei. E’ una donna che sceglie , che riesce ad escogitare una strategia perché la sua decisione , se non condivisa, possa comunque realizzarsi. Con l’inganno della tela, che disfa di notte, tiene a bada i Proci, con la promessa che prenderà tra loro un nuovo marito, ma solo dopo aver terminato il sudario per il suocero Laerte. E’ forse lei la vera eroina dell’Odissea : Ulisse pecca di luxuria mentis, la sua infedeltà non è solo quella coniugale, l’eroe di Itaca tradirà l’intera autoritas sapienziale raggiunta dall’umano prima di lui. La hybris , che già per Platone è la vera minaccia all’armonia umana, avrà la meglio sul lògos : Ulisse è una figura pagana, manca l’etica dell’amore , quella che Penelope troverà senza bisogno di alcun modello cristologico di riferimento , ma in quella dimensione autentica di moglie e madre ,intuendo la relazione ineludibile con la sua verità , che non è da cercare nella vita a venire o in un’identità conferitale da altri , ma in quella struttura originaria , nella sua archè, nel suo modo di realizzare la Penelope che sente di essere, e non vivere un copione scritto da qualcun altro. Riuscirà a difendere sé stessa con intelligenza , conquistando il rispetto ,seppur forzato, degli stessi Proci, costretti ad apprezzare la postura di Penelope verso il povero Laerte, mentre Ulisse non tornerà a Itaca per ben 20 anni e non ne sente pena, né nei confronti di Penelope , né verso Laerte, un padre anziano , distrutto dal suo abbandono. Non a caso Dante colloca la figura di Ulisse nell’ Inferno, nell’ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti. Nel passo centrale del canto XXVI , noto come IL CANTO DI ULISSE , gli fa dire uno degli enunciati più famosi della storia della LETTERATURA : “fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza “ . Ulisse rivolge questo discorso ai suoi compagni, per esortarli a oltrepassare le colonne d’ Ercole, i limiti del mondo conosciuto, nel celebre folle volo. Folle perché mancante di lògos, manca l’etica che ci umanizza. Ancora oggi che il cristianesimo non è più solo una religione ma un inconscio collettivo, la nostra antropologia culturale, la conoscenza, rimane una presa asintotica ( mai del tutto raggiungibile ). Più che mai, la violenza è il rispecchiamento di una volontà molto più potente della volontà che vorrebbe affermare la civiltà. Se ci accontentiamo della logica , per spiegare il mondo, non sembrerà sconveniente che il male vinca sul bene , sta succedendo, APPARE. Se la verità assoluta è esautorata, l’ontologico non vale più, abbandonare la metafisica sarà visto come un’emancipazione. Eppure il realismo pecca d’ingenuità quando vuole porsi fuori dal pensiero che lo pensa. Il pensiero è l’intero da cui non possiamo prescindere : se dico A , sto già includendo tutto ciò che non è A, la relazione è ineludibile, nessuna parte può esistere senza il suo tutto. Il realista crede di poter liquidare tutto questo , come inutile sofismo, sente che mina la stabilità delle sue strutture concettuali, quelle che lo fanno muovere in un comune orizzonte di senso , condiviso dai più , ma che non per questo è verità assoluta. Talora si vede costretto a zittire la sua vera intelligenza, tanto da eliminarne anche il riverbero, ma non si può mentire veramente a sé stessi , si può solo credere di farlo. E come ci ha insegnato la metafisica autentica , credere è volontà non verità. La filosofia lascia l’intelligibile alla Letteratura, per avere massima cura dell’inaudito, una filosofia che non scandalizza dice Deleuze , non è una filosofia. Certo poi non ci abbandona negli abissi dell’ineffabile, ci consegna le mappe cognitive, le istruzioni d’uso per poterci muovere. La filosofia del Destino, quella di Emanuele Severino, illumina l’inaudito quasi fino a renderlo percepibile , nonostante la sua difficoltà anche di linguaggio , per cui i più ci leggono un compito di oltre filosofia, e non la verità di cui noi stessi siamo parte, da sempre. Severino per testimoniare una metafisica autentica, sostituisce l’esperienza con l’apparire , che non è ciò che appare agli occhi , ma è notizia della coscienza, non è un apparire a me , ma con me è l’apparire dell’ESSERE. Ho impiegato tantissimo tempo a capire ( e si fa per dire, come tutti vivo nel nichilismo imperante ) questo passaggio, non pretendo che lo faccia il lettore, ma intanto proviamo a far passare un nuovo linguaggio , che metta perlomeno in discussione quello acquisito e non lo dia come assolutamente valido. Ritornare all’ontologico, è necessità, è aver cura di ciò che appare da sé, e non come noematico, come costruzione ragionata, come interpretazione. Noi siamo la civiltà del dato, la scienza stessa è fede nel dato, come se l’essere potesse darsi attraverso i dati. Ma l’essere non si dà nudo, i dati che noi pensiamo come fattuali , sono fede nel dato, interpretazione, la parte che si crede il tutto. E’ di certo anacronistico essere antiscientifici, la scienza è l’unica struttura emancipativa, è l’uomo quando supera sé stesso, ma non vuol dire che sia giusto assolutizzarla, non poterla discutere. C’è un non riducibile che non appare per come il senso comune intende l’apparire, e nemmeno per come lo intende la scienza, ma non per questo è meno reale di ciò che crediamo oggetto esterno al nostro pensiero. La differenza tra essere e non essere è ontologica prima che semantica, è difficile coglierla, vista la nostra educazione al metodo, quindi al mediato. Crediamo che il linguaggio sia l’essere, ma il linguaggio si dà , appare, e ciò che si dà non può produrre il darsi. Se avessimo consapevolezza dell’ESSERE come fondamento primo, la fede non sarebbe possibile. Ogni fede è dimenticanza voluta del dubbio, quindi già malafede. L’azione umana è fede nella fede, cioè il CREDERE che sia possibile agire sull’ESSERE. C’è solo la morte a fare da argine a ciò che crediamo essere la nostra volontà , Quel divenire ultimo che la metafisica classica ci ha fatto metabolizzare come verità assoluta. Stando alla concretezza del realismo, si dovrebbe dire che non appare cosa ne sarà di noi dopo la morte. Quel nulla in cui crediamo di confluire dopo la morte, non appare, eppure la fede nel nulla è ciò che domina il pensiero occidentale tout court. Sembra pacifico, non ne vediamo le implicazioni, ma è questa la matrice di quel nichilismo, per cui, umiltà e arroganza, guerra e pace, giustizia e sopruso, bene e male, hanno uno statuto separato solo nella struttura concettuale e non nel fondamento , nella loro archè, tanto da essere sovrapponibili . Se si rifiuta l’ontologico , come fa il realista, si va incontro a contraddizioni irrisolvibili, ad aporie insuperabili, fino a esporsi a un vero e proprio naufragio logico. Per il Destino severiniano, quando muore qualcuno a non apparire più è il suo apparire e non il suo essere, che non si svuota di alcuna determinazione. L’essere non subisce alcun cambiamento ontologico, il variare è dell’apparire che si mostrerà come assenza , che non è non essere, ma un modo di apparire dello stesso, non è vuoto ontologico, ma essenza ideale dell’essere compiuto ( il PERFECTUM ), che resta implicazione necessaria a quel hit et nunch ( qui e ora ), a quel reale che noi crediamo di poter esternizzare come oggettivo. L’apparire appare al suo apparire, l’apparire a me è già interpretazione nichilista, io stesso sono parte dell’apparire. Quando appare qualcosa , quell’apparire è l’essere, la verità nel suo assetto fenomenologico, così come può darsi nel finito severiniano, in cui il tempo non è negato, ( perché vorrebbe dire negare ciò che appare),ma è proprio quell’apparire infinito che si mostra al finito ente. La verità che appare , non è coerenza inferenziale ( deduzione) ma identità dell’essente con sé stesso. Potrebbe sembrare una tautologia lessicale, una inutile ripetizione, ma è ciò che fissa la verità nella sua struttura originaria, e mai come risultato di una costruzione. Non siamo solo noi senso comune a non saperlo, lo stesso scienziato lavora in un orizzonte di senso già dato, l’oggetto della scienza è storico, transeunte, non sa più nulla del fondamento, si invera di errore in errore, non di verità in verità. La stessa matematica non può vantare alcuna verità assoluta, gli assiomi, i postulati su cui fonda i suoi teoremi, sono false partenze, fede nell’identità che vorrebbero dimostrare .L’assioma è un noematico, ( frutto di un ragionamento) , non riesce a mostrare il nesso necessario tra sé stesso e il suo apparire, è giustapposizione , non necessità. Nasce già isolato dalla verità, che vorrebbe fondare, anche se la presuppone già. Chi critica la filosofia perché poco pratica, poco utile alla vita, ignora le implicazioni che i grandi pensatori hanno avuto nel fare umano , ignora che sia la fonte di quell’antropologia culturale che ha deciso l’architettura del mondo. Il realista nel tentativo di liberare l’ente dal pensiero, ( che è il vero dominio ) lo fa dipendere dal lògos, l’essere che chiama reale in verità è un noema, un contenuto del pensiero, ma lui lo pensa come fuori dal pensiero. Il realista crede che l’ente esista indipendentemente dal pensiero che lo pensa, quindi afferma un ente che non appare , a suo dire( alla sua coscienza ). Non si avvede che per affermare qualcosa è costretto a pensarla, è la coscienza che introduce quel qualcosa nella sfera dell’apparire, come consaputo, come qualcosa appunto di cui si ha coscienza. Il realismo è una filosofia ingenua, pretende di fondare la verità indipendentemente da ciò che appare di per sé . La logica non è uno strumento, è l’essere che si manifesta come identità. Per il realista la logica è regola del pensare, e non espressione dell’essere. E’ Severino a rovesciare questo assetto gnoseologico : la logica non è l’insieme delle leggi formali, applicabili a piacere, ma è la struttura necessaria all’apparire dell’essere. E’ la forma dell’ESSERE . Le sue categorie, quelle di non contraddizione, identità, verità, non sono funzioni della mente, ma il modo in cui l’essere si manifesta. Non ci può esistere una logica avulsa da quello a cui si riferisce. La logica per poter affermare qualcosa deve già presupporla, non è dunque la logica che fonda l’essere, ma è l’essere a imporre la logica come sua struttura. Tutto ciò che appare è già soggetto al PDNC ( principio di non contraddizione ), il vero luogo dell’apparire. Se non si entra nell’ottica dell’apparire come notizia della coscienza , come parte della coscienza infinita che si dà, di cui ho consapevolezza, la filosofia severiniana potrebbe sembrare un sistema chiuso, autoreferenziale, un dogma matematico. Ma la radicalità di questa teoresi è molto più profonda di qualsiasi sistema formale, non nasce da assiomi, non afferma che l’essere E’ per deduzione inferenziale, ma perché di fatto ogni negazione dell’ESSERE è costretta a presupporre ciò che nega, dunque finisce col negare sé stessa . Questo perché l’apparire nella sua struttura , impedisce all’essere di poter non essere. Severino non opera nella logica formale, tocca ciò che consente alla logica stessa di essere assolutamente valida. Qualcosa può essere fuori dal dominio dell’apparire ma mai dal dominio dell’essere, perché ogni apparire è essere , ma non tutto l’essere appare. Godel coi suoi teoremi d’incompletezza dice : “ io so di essere reale, ma resto un mistero a me stesso, che mai potrò dimostrare nel computo matematico “. Severino gli risponde che quanto sta cercando nel calcolo, è molto più radicale di ciò a cui qualsiasi operazione matematica potrà mai avvenire. Questo però non è errore di computo, è soglia ontologica, è l’orizzonte inafferrabile dell’ESSERE, che ingloba tutto ciò che E’, anche il mistero , consaputo appunto come mistero, e non come qualcosa che sfugge del tutto al campo dell’essere. Qualcosa che sfuggisse del tutto , non potremmo nemmeno nominarla. Quando noi con l’arrivo della cenere neghiamo la legna, neghiamo la coscienza. Se la legna fosse diventata nulla all’apparire della cenere, non potrebbe apparire neppure la sua implicazione necessaria con la cenere ( il nulla è nulla ). L’assenza della legna appare, se non ci fosse più come apparire ( coscienziale), non potremmo nemmeno dire che la cenere sia un suo residuo. ( c’è presenza dell’altro, come negato, non come affermato : ciò che noi chiamiamo ricordo ). Legna e cenere sono pretese assurde di un intelletto che vuole isolare un continuum. Quella verità che cerca Godel coi sistemi matematici, quella che dice di non poter dimostrare per limiti di calcolo, è già apparsa alla sua coscienza (secundum quid), se non l’avesse presupposta quindi consaputa, non l’avrebbe nemmeno cercata .E’ questo l’orizzonte di senso in cui la metafisica autentica dice che l’ESSERE E’ e non può non ESSERE. Per Severino non si tratta di dimostrare, ma di veder che ogni dimostrazione presuppone già l’essere di quel contenuto che vuol dimostrare. Non è dunque un teorema chiuso quello severiniano, ma l’apertura assoluta all’apparire dell’ESSERE nel suo senso più profondo. ESSERE non è costruzione ma necessità, chi critica Severino da un punto di vista scientifico , non vede che l’obiezione è contraddittoria: pretende di misurare la necessità dell’essere , l’immediatezza, con la regola del mediato, di ciò che è incerto. Godel mostrando che ogni sistema è incompleto resta nel sistema ,Severino testimonia ciò che precede ogni sistema, come ciò che appare da sé, anche quando non lo si sa. Ogni logica è già chiusa nella fede che l’essere possa non essere, ogni critica che chiede alla filosofia di aprirsi al reale, è già immersa in un nichilismo operativo ,che gli impedisce di vedere la vera apertura dell’ ESSERE. Il PDNC di Severino non si dimostra, si mostra da sé, e proprio in questo suo mostrarsi distrugge ogni fondazione arbitraria.
Abbiamo toccato il cuore di una filosofia sconosciuta ai più, che fa molto discutere il mondo accademico ,ma che resta imprescindibile per quanti volessero sondare quel senso dell’essere che sembra sfuggirci, ma non abbastanza da non avvertire quell’oltre , quell’iperbole, quell’eccedenza che ognuno di noi è tenuto a indagare . La grandezza di un pensatore, al di là dell’importanza speculativa, è indurci a pensare. Io un po’ come Penelope, ho la sensazione che tessere questa tela , valga più di quanto gli altri possano mai riconoscerne la buona fattezza : Penelope non vuole vendere a nessuno il suo lavoro, né convincere alcun itacese della bontà della sua arte, non cerca riconoscimento , cerca sé stessa , in una nuova dimensione, in un nuovo reale che non è esterno al suo pensare, che può aggiungere a un’identità che resta possibilità aperta, senza tradire per questo, le scelte passate . E’ in lei che Ulisse ritroverà la sua identità, solo Argo, il suo cane, lo riconoscerà al suo ritorno a Itaca . Al di là del mito, resta un archetipo culturale , una visione al femminile ante litteram. Non so se sono stata io a cercare Penelope , o Penelope a cercare me, ma mi piace pensare che nulla accada per caso , e che tutte le donne non abbastanza strutturate socialmente , nel senso di quella mancata autonomia che produce fragilità nelle relazioni umane ,proprio come Penelope , diano prova a sé stesse, che si possa conquistare una costante reinvenzione di ciò che credono di essere, fino a far propria quella identità che tocca l’archè , quella iscritta nell’ oracolo di Delfi come ricetta alla vera felicità , che non è una meta da raggiungere , ma ciò che la rende possibile. Ha ragione Galimberti a dire che l’intelligenza al femminile si arricchisce di quella sentimentale, rispetto a quella logico matematica degli uomini ? Perché l’amore non è solo sentimento ma anche una faccenda cognitiva? Non sarà certo una donna a smentirlo. I Proci, per quanto insolenti, rispettano la scelta morale di Penelope : questo succedeva a Itaca , nel XII secolo a.c. , fa sorridere che ancora oggi, c’è chi scivola in sconvenienti fallacie ad hòminem verso le donne , definendole antipatiche , o permalose (e non sto andando random ), solo perché sono assertive, perché non si spaventano facilmente d’avanti alla nobiltà arrogante dei Proci , abituati a detenere il prestigio in un Itaca che non conosce ancora l’etica dell’amore. Penelope è una donna che non si guarda con gli occhi degli uomini, anche se la lussuria non è ancora uno dei sette peccati capitali. Noi donne , eredi di Penelope amiamo gli uomini nella misura in cui si relazionano alla pari col mondo femminile, rinunciando a quel sessismo , a quella mossa originaria, che tutti rinnegano in actu signatu ( a parole), ma tanti utilizzano in actu exercito ( nei fatti ). Amiamo chi rispetta nella donna ciò che appare di per sé e non l’interpretazione personale , secondo fede storica, sociale, o addirittura preconcettuale, di chi si vanta di non conoscerle , per poi non fare di questo abbastanza a sospendere il giudizio. Lo sanno tutti, che noi donne abbiamo una predilezione per i papà, anche le femministe più agguerrite , sanno che non si può rinunciare alla complicità con l’altro sesso . Ci concediamo un debole per gli umoristi irriverenti , quelli alla Groucho Marx, fosse solo per aver detto , che “ gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta “, senza alcun timore di reductio della virilità, né di quello di apparire, come la versione incompleta dell’umanità : i menestrelli popolari , insegnano che il sorriso è una forma di saggezza . Non ci toccate i giullari, noi donne amiamo gli adulti che non si vergognano di dire che il RE è nudo ,non per forza le castrazioni etiche sono segno di civiltà ,non sempre le coartazioni pulsionali sono emancipazione , non quando ci fanno vergognare di dire la verità. Del resto la follia è solo il sottofondo della nostra ragionevolezza. La verità mostra la bontà della sua spada , SEMPRE, anche quando usata nella smisurata cialtroneria, propria dei giullari, in quella mascalzonaggine sproporzionata ,che aiuta il senso comune a capire che i confini del suo sguardo , non sono i confini del mondo . Gli uomini che piacciono alle donne, sono quelli che le fanno ridere, sono quelli a cui piacciamo noi, ma non perché siamo avvenenti, simpatiche, eleganti, o forbite, ma perché siamo NOI , sic et simpliciter… Ce lo ha insegnato Penelope che nemmeno la bellezza divina di Calipso può avere la meglio sulla verità .
ANNA FERRARO

PENELOPE E L’INGANNO DELLA TELA
Ma ‘sta metropolitana ‘a state facenno o ‘a state cercanno?
M.A.S.C.I. COMUNITA’ TEANO 1 
