
La Pasqua di tanti e tanti anni fa don Michele, predicava alle sue pecore, che conosceva una per una, di cui sapeva il nome, il cognome, il soprannome e anche tantissime cose segrete sussurrate all’ombra del confessionale. Era una pasqua alta, alias le nevi si andavano sciogliendo sui monti in freschi Ruscelli dalla voce di cristallo, le gemme stentavano a germogliare timide sulle piante infreddolite, il mare ruggiva al vento robusto, i ghiri erano prossimi al risveglio del letargo, le volpi uscivano di notte dalle loro tane a scovare galline da pappatoria.
Don Michele parlava alla sua gente, molte Pasque aveva parlato al suo gregge con evangelico ardore, a volte con parole di fiamma, a volte con promesse di miele. Questa volta però in particolar modo parlò di pace e di concordia, di unità e di perdono. Le parole fluttuavano sui banchi e si perdevano nel cie di marzo. C’era Chi pensava Al cappone fumante sul tavolo, chi alla salsiccia arrostita al fuoco del camino ancora acceso, chi pensava ai fatti suoi, e chi ha niente, c’era chi pisolava con un ronfo gentile in sordina in fondo alla chiesa. La bellezza della Pasqua avvolgeva in una coperta di promesse e speranze il ben vestito e affamato uditorio. E don Michele termino’ così di botto, senza preavviso e come ispirato disse : “l’avvenire riposa nelle opportunità, cari figliuoli, o le cogliete al volo o vi secche
rete come il fico del vangelo”. Di lontano verso il Tuoro, il belato di una pecora eremita si perse nell’aria d’argento.
Giulio De Monaco


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